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ITA - Val Susa

Words: Valerio “BALBOA” Santagostino
Photos: Valerio “BALBOA” Santagostino, “Lady Balboa”, Paolo Marocco.
Foto di chiusura: Alo Belluscio

Tempo di lettura: 20 MINUTI

 

 

  Agosto 2020

 

Quando Francesco I re di Francia passò le Alpi per venire in Italia nel 1515, attraverso il passo dell’Argentera, appena scoperto dal suo Maresciallo Gian Giacomo Trivulzio, da poco passato al soldo dei francesi e per questo motivo odiato da tutti i suoi compatrioti, sarà rimasto affascinato da questa magnifica valle che gli si parò davanti in tutta la sua bellezza.
Voglio sperare che abbia fermato il cavallo, almeno qualche minuto, per ammirarla e sorseggiare le fresche acque della Ripa.
Chissà che fuggi fuggi di marmotte, i simpatici roditori di cui la valle è piena, alla vista di 40.000 soldatacci sudati e sguaiatamente rumorosi!
Dopo aver fischiato a pieni polmoni avranno guadagnato immediatamente le loro tane sicure, mentre i grandi ungulati, da sempre la fonte principale di sostentamento degli eserciti in marcia si saranno dati alla fuga a gambe levate arrampicandosi su picchi irraggiungibili dai pallettoni degli archibugi o dai dardi delle balestre.
E da quel valico, eludendo i suoi nemici che presidiavano il Moncenisio e il Monginevro, percorse tutta la Val Susa e calò nella pianura padana sconfiggendo i milanesi nella famosa battaglia di Marignano (Melegnano, settembre 1515).
Aveva solamente vent’anni, il giovane re, ma questo non gli impedì di rifilare ai miei concittadini e agli svizzeri una terribile batosta.
Di questo trionfo di gioventù non si stancò mai di vantarsi anzi si racconta che, nel pomeriggio stesso, per festeggiare la vittoria, abbia giocato “a palla”, una sorta di calcio antidiluviano molto in voga all’epoca e del quale era un ottimo giocatore.
Solamente l’idea che quella partita può essere considerata il primo “derby milanese” mi allevia il ricordo dell’orrenda disfatta.
Per la cronaca, dopo esattamente dieci anni, il Ducato di Milano si vendicò del “ Roi-Chevalier” (il Re Cavaliere), sconfiggendolo nella battaglia di Pavia, nella quale fu fatto anche prigioniero.
Sito di interesse comunitario (SIC), la valle, che fa parte delle Alpi Cozie, è solcata dalla Ripa e da uno sterrato percorribile comodamente in automobile. Strada che inizia, idealmente, dalla sbarra di entrata al parco per il quale si paga, giustamente, un modesto obolo di cinque euro per il mantenimento della stessa e si riceve un paio di sacchetti per portare a valle i propri rifiuti, scambio che ho molto apprezzato.
Le due “R”, la Punta Rognosa e la Punta Ramiere, ambedue oltre i 3.000 metri, che solo nel pronunciare il loro nome incutono un certo rispetto, fanno da cornice e da naturale baluardo difensivo alla valle. E’ un luogo di incontaminata bellezza, utilizzata in un passato neanche troppo lontano per contrabbandare ogni cosa dalla Francia.
Ora, al posto dei nascondigli segreti e delle fortificazioni, oramai diroccate, sorgono alpeggi e piccoli caseifici che fanno felici i palati dei turisti, solitamente provenienti dalle città, e di conseguenza ignari del vero sapore del burro e dei formaggi artigianali.
Un contesto del genere si sposa benissimo con la pesca a mosca secca, mentre restare celati, silenziosi e lanciare precisi, rimangono le basi per avere successo con i suoi abitanti acquatici.
Prestate attenzione solamente alle zone di bandita, segnalate comunque con cartelli appesi ai pini cembri.
Lasciandosi dolcemente scivolare verso valle arriviamo al piccolo ma molto elegante abitato di Sauze di Cesana.
Qui la Ripa presenta delle buche nelle quali è suggerito l’utilizzo della ninfa, soprattutto sotto i muraglioni di contenimento della provinciale.
Ma appena si spalma in lame e raschi meno profondi, tirate fuori la secca o le sommerse e avrete delle belle soddisfazioni!

Tripudio famigliare! Anche la mia grande ha preso la sua prima trota!  

Se scendete fino al primo ponte della provinciale, che delimita i confini a monte del no-kill, potete pescare un pezzo, a mio avviso, molto interessante di “libero”.
Lo stretch presenta numerose situazioni alle quali è meglio adattarsi immediatamente per avere successo.
Lame da secca, raschi da moschette, buche da ninfa, acquette da palline in brass o da sommersa, insomma, non vi potete annoiare di sicuro.
Un suggerimento: pescate dove meno vi aspettereste di trovare un pesce. Sarà magari piccolo, ma insistete, perché c’è!

Michael Menardo, salito in valle per un piacevole pomeriggio di pesca insieme.

Alle porte di Cesana Torinese, arrivando da valle, appena prima del tratto cittadino di bandita, la Ripa riceve le acque della piccola Dora, provenienti dal passo del Monginevro e da questa fresca unione nasce la Dora Riparia.
Il tratto è corto e molto infrascato, ma al contempo l’acqua non scarseggia, costringendo spesso a fare delle deviazioni sulle sponde per pescarla.
I pesci non sono mancati e direi, per essere “libero”, di dimensioni più che onorevoli.
Mi sono fermato al primo salto d’acqua, in prossimità di una centrale, ma Paolo, una sera al tramonto, è andato oltre, addentrandosi nelle gole di San Gervasio, sotto il ponte tibetano di Claviere, il più lungo del mondo, guadagnando qualche salmerino.
Un’altra uscita l’ho dedicata al pezzo di Dora che si intravvede appena si esce dall’autostrada, all’altezza dello svincolo, fuori dell’abitato di Oulx.
Ho parcheggiato nello spazio antistante la Pizzeria La Moretta e mi sono calato nel bosco raggiungendo il fiume, non senza qualche difficoltà.
Il tratto è estremamente bello, dal fondo maturo, incontaminato, lontano dai rumori della strada, ma purtroppo non mi ha dato i risultati sperati, anzi, l’esito della mia pescata mattutina è stato umiliante, non avendo sentito una tocca con la ninfa o visto una bollata sulla secca.
Come ultima chance, sconsolato, mi sono dedicato anche a quei ravini paralleli all’asta principale del fiume, che fungono da hatchery per le piccole trotelle, ma il risultato è stato il medesimo...Peccato
Risalendo in valle, ho posato due pomeriggi piume e biglie nelle acque della Dora all’altezza di Fenils, una manciata di case sul fondo di un valloncello che scende dal monte Chaberton. Questo tratto di fiume ha subìto un duro insulto dall’alluvione dell’anno scorso, e i segni sono visibili!
Come le unghiate delle benne per cercare di riportare le acque nel loro corso naturale.
Pur auto-convincendomi di aver pescato bene, ho catturato solo una trota, selvatica, e ironia della sorte, la più lunga dell’intera vacanza, ben 31 centimetri!
Un piccolo, ma interessante tributario di sinistra della Ripa, è il Thuras, proveniente dall’omonima valle, e lo si incontra dopo l’abitato di Bousson, salendo, sulla destra. L’ho risalito dalla confluenza fino alla prima cascata e un altro giorno, dall’abitato di Rhuilles.
Torrente classico di montagna, va affrontato nascosti, a secca o a ninfetta, come si preferisce.

Il Thuras (a dx) sfocia nel no-kill della Ripa

Il tratto da Rhuilles, piccola spruzzata di case con qualche ruga di troppo del tempo, è più pianeggiante del primo e, di conseguenza, molto facile da risalire, anzi lo potete affrontare comodamente a piede asciutto.

Little Balboa insegna alla sorella maggiore

Un paio di giornate le abbiamo dedicate al lago formato dalla diga di Rochemolles, sopra Bardonecchia, una conca davvero incantevole e lo capite dal numero elevato di campeggianti e jeep con tende da tetto che vi si fermano a dormire.
D’altronde fare un BBQ con la compagnia giusta, strimpellare con la chitarra l’intramontabile “O mare nero” di Lucio Battisti davanti al fuoco e farsi una sana dormita sotto un cielo stellato sono cose che non si scorderanno mai.
Beh...forse Battisti per quelli della mia generazione...perché i miei figli è meglio che non mi sentano, preferendo senz’altro quei ragli incomprensibili dei rapper moderni...

Papà, montami una cavalletta per favore...


Tacccc...

Se invece non ve la sentite di dormire con le marmotte, nella discesa, fermatevi alla trattoria ‘L Fouie.... Ne vale la pena.
Me l’aveva fatta conoscere in precedenza il mio amico Ciccio Mautino, valente pescatore e maestro di sci di Bardonecchia e, devo dire, mai segnalazione è stata più apprezzata.
A Rochemolles, ad Agosto, c’è un bel mercatino dell’artigianato in contemporanea a un gustoso percorso eno-gastronomico che si sviluppa nelle viuzze della piccola borgata: quindi, controllate bene le date e non mancate una visita se siete da quelle parti.
Se invece decidete di scollinare in Francia attraverso il passo del Monginevro seguite la segnaletica per Briançon dove, finiti i tornanti che affronterete nella discesa, troverete sulla destra le indicazioni per la Val Clarée, solcata dal torrente omonimo, famosa vallata transalpina molto simile per conformazione alle nostre Dolomiti, senza troppo soffrire nel confronto.
Ci sono andato con Paolo Marocco, Presidente della riserva di Cesana e siamo riusciti a pescare in tre tratti.
Il no-kill situato a circa dieci chilometri up-stream da Nevache, il tratto no-kill cittadino di Nevache e uno dei tratti a valle, appena poco prima che diventi la Durance.

Paolo in azione nella parte alta

Molto interessante il no-kill più a monte, con piacevoli trotelle rustiche, ma che, via via che ci avvicinavamo ai campeggi, diminuivano drasticamente. Abbiamo subito capito il motivo di quella rarefazione di catture, testimoniato anche dalla scoperta di alcuni pesci morti proprio in prossimità degli assembramenti umani. Infatti, quando li abbiamo superati, abbiamo ripreso con qualche bel salmerino, il piccolo principe delle acque a quelle latitudini.
Grossa delusione, invece, per il tratto basso, quello in paese, nonostante il fiume abbia tutte le qualità per essere uno stretch da non dimenticare. Di facile accesso, lo si può affrontare comodamente con un paio di cosciali, ed è ricco di situazioni interessanti. Se pescato bene, ci si può passare un’intera giornata.
Vista l’acqua e la conformazione del letto, oserei dire acque da temoli, anche. Una sparuta trota, molto brutta per di più, è stato il risultato del nostro sforzo.
L’ultima ora l’abbiamo dedicata al tratto basso, tra Plampinet e La Draye, completamente scartavetrato dall’alluvione: purtroppo il corso del fiume scorre dove non dovrebbe scorrere! Solamente un attacco di una minuscola trota sulla mia parachute ha rappresentato per me e Paolo la speranza che la natura si stia lentamente riprendendo.
Molto bella invece la gita in mountain bike ai tre laghi. La spedizione era composta da Paolo Marocco, Chicco Richetta, titolare dei negozi Alta Quota (FB: Alta Quota Sport) e guida di grande esperienza, e il sottoscritto. Visto le pendenze che avremmo dovuto affrontare, Chicco ha suggerito e messo a disposizione tre E-bike.

Chicco fa rifornimento durante il tragitto

Il primo specchio d’acqua raggiunto è stato il lago Foiron, una lacrima d’acqua poco profonda, ma molto trasparente.

Si individuano le rade bollate

Fortunatamente un pesciolino, preso con un’emergente da Paolo, ha evitato il cappotto mattutino della spedizione.
Confesso che ci avrebbe profondamente seccati e mal disposti per il resto della gita!
L’arrivo in tarda mattinata di villeggianti e bambini, che senza pensarci un secondo, si sono tuffati in acqua, ha decretato la partenza verso la meta seguente, il Lago Nero.
Il lago Nero è un vero lago d’alta quota. Situato in una conca a oltre 2.000 metri d’altezza, le sue acque sono profonde e, grazie a estesi erbai dove i pesci trovano rifugio, le trote si nutrono tutto l’anno e raggiungono taglie interessanti.
La regola dei laghi alpini è sempre la stessa: pesca all’alba e al tramonto, ma se li pescate nelle ore centrali, dovete necessariamente usare un po’ di mestiere.
Abbiamo quindi montato dei piccoli streamers, o delle sommersine, sostituendoli repentinamente a ogni bollata scorta in superficie, e la scelta è stata felice, regalando a ciascuno di noi delle belle trotelle selvatiche.

Chicco in azione


Paolo in allungo

Nel pomeriggio, scendendo leggermente di quota, ci siamo portati al lago del Cervo, che senza Chicco non avremmo mai trovato.
Piccola goccia d’acqua sperduta nel bosco, quasi nata dalla brina delle montagne! A dispetto della sua modestissima estensione ha invece regalato tanti salmerini e fariotte ruspanti.
In ultimo, lasciati apposta in fondo all’articolo, i due tratti dell’A.S.D. pesca Cesana, le due riserve più gettonate dell’alta Val Susa, fortemente voluti e ben gestiti dal Presidente Paolo Marocco e dai suoi collaboratori, la turistica e il no-kill sulla Ripa (per info: 327-1543311). La turistica, forse il pezzo di fiume più bello dell’intera valle, si estende dal ponte cittadino “fiorito” di Cesana a salire, fino al ponte di Bousson.
Il no-kill, invece, dal medesimo ponte di Bousson al seguente, quello che attraversa la Ripa, dopo la caserma degli Alpini, per intenderci.
Comunque i confini sono indicati da cartelli posti in posizioni ben visibili.
Nella turistica, vige la regola di un prelievo di quattro pesci a ogni permesso, ma non sono cosi scontati, credetemi.
Il tratto no-kill, che costeggia il terreno demaniale degli Alpini, è molto comodo da percorrere e si può affrontare sia a secca che a ninfa...forse un pò corto, ma non si può chiedere troppo.
Sono presenti, in ambedue i tratti, oltre che trote fario d’immissione, pesci nati nel fiume, e ciò fa bene sperare...sempre che li lascino crescere!
A questo proposito vi suggerisco caldamente di rilasciarli qualora li allamate nella zona catture, tanto li riconoscete immediatamente dalle pinne.
Un’encomio particolare va, oltre a Paolo, il Presidente, che ha tenacemente ottenuto le acque, ai due guardia pesca, Silvano Tournoud ed Enzo Blandino.
Uomini piacevoli, cordiali, sempre vigili e attenti.
Non vi conviene fare i furbi, perché ve li trovate sbucare dalla vegetazione e scomparire con la stessa facilità di Paul Hogan nel film “Crocodile Dundee”.

Da sin: Silvano Tournoud, Paolo Marocco ed Enzo Blandino

Mi piace esplorare acque sconosciute, ascoltare nuove storie del territorio, scoprire avamposti di civiltà.
La Val Susa, che oramai frequento assiduamente da un paio d’anni, è notoriamente una zona poco frequentata dai milanesi, e mi ha piacevolmente sorpreso per la sua storia, le sue tradizioni e le bellezze della sua terra. Come è mia abitudine negli articoli che scrivo, segnalo i siti che ho visitato con la famiglia, esortando chi è in zona, a fare altrettanto.

Chaberton, stiamo arrivando!

Essendo una terra di confine, la Val Susa è costellata da fortificazioni, rocche forti e castelli.
Forse il simbolo dell’intera valle è il Monte Chaberton, che con i suoi 3.131 metri è la fortezza più alta d’Europa, gigante tra le nuvole, con le sue otto torrette, o meglio, quel che ne è rimasto.
Questa montagna fortificata ha una storia incredibile. Ci sono voluti dodici anni per spianare la vetta, costruire una teleferica, posare tonnellate di calcestruzzo, pietre e legno: vi hanno lavorato centinaia di operai in completo isolamento! C’era pure un campo da bocce per svagare quei poveri ragazzi che d’inverno...nella neve, beh!...non ci voglio neanche pensare.
Il forte è rimasto mezzo secolo praticamente inattivo...ma è bastato un solo giorno di guerra, nel giugno del 1940, per renderlo una carcassa di pietra e ferro.
Bravo l’ingegnerino puntatore che da Briançon centrò sei torrette su otto, ma grande onore ai nostri nove artiglieri che morirono eroicamente senza abbandonare il loro posto sulle piazzole dei cannoni, pur sapendo di essere oramai dei facili bersagli per i mortai francesi.
Menomale che sono stati tutti decorati con la Medaglia al valore.
La vista dal suo culmine è mozzafiato. Va dal Monte Bianco al Monviso, con un ventaglio di 180° sull’Italia e uno uguale sulla Francia.
Le uniche raccomandazioni che mi permetto di farvi sono, la prima, di controllare bene le previsioni meteo. Bisogna avere un grande rispetto per le alte quote...sempre!
La seconda, se volete visitare anche la parte sotterranea, è necessario essere attrezzati e andarci con grande prudenza, possibilmente accompagnati.
La struttura è abbandonata ed esposta alle intemperie da decenni e non è stata più messa in sicurezza.
La visita ai sotterranei risulta, pertanto, pericolosa e un veloce sguardo dalle porte d’ingresso, secondo me, può bastare per capire le durissime condizioni di vita alle quali i nostri soldati erano sottoposti.
La salita allo Chaberton è anche una classica delle corse in montagna, infatti durante l’ascesa abbiamo incontrato parecchi di questi uomini-camoscio che si stavano allenando...e la velocità con la quale scendevano, zampettando da un masso all’altro, è impressionante.
Quando sto per imboccare la Val Susa, l’apparizione improvvisa, sulla sinistra, di un minaccioso castello, dalle mura spesse e dai torrioni possenti, mi indica che sono “quasi” giunto a destinazione.
L’ho chiamato castello, perché ha tutta l’aria di un maniero impenetrabile, ma in realtà è un’abbazia antichissima, la Sacra di S.Michele, costruita da un facoltoso commerciante francese intorno all’anno mille.
Monumento simbolo del Piemonte e prima tappa in territorio italiano della via Francigena, dai suoi quasi mille metri di altitudine si domina tutta la Val Susa e la piana di Torino.
Sembra che la sua imponenza e l’atmosfera che aleggia lassù abbiano ispirato Umberto Eco per il suo celeberrimo romanzo “Il nome della rosa”, mentre la torre della bell’Alda, estremo baluardo a picco sull’orrido, narra di una splendida principessa che preferì lanciarsi nel vuoto piuttosto che consegnarsi a delle orrende soldataglie che stavano per espugnare la rocca.
Un’altra visita, che meriterebbe la vostra attenzione, è la cittadella, con il forte annesso, di Briançon.
Il fatto di essere un sito dichiarato patrimonio dell’umanità spiega il grande interesse che suscita in migliaia di turisti che, ogni anno, si riversano nelle sue stradine anguste, ma ricche di fascino.
E per finire, vi suggerisco una puntatina al massiccio Forte di Exilles, sistema difensivo immenso, piantato in mezzo alla gola più stretta e profonda di tutta la Val Susa.
Per oltre tre secoli, Francesi e Savoia se lo sono conteso e portato via a vicenda, come in un macabro gioco di Risiko, fino al suo, come quasi sempre succede con questi giganti, smantellamento definitivo dopo l’8 settembre del 1943.
Anche qui aleggia una leggenda. Sembra che le sue segrete abbiano ospitato un misterioso personaggio, dall’identità oscura perché sempre a viso coperto. Gli storici di allora parlano della “Maschera di ferro”.
Che sia vera?
Anche se non lo fosse, è bello crederci.
Ci sono molti altri siti e gite interessanti nella valle, come l’abbazia di Novalesa, il forte di Fenestrelle, o una bella pedalata sul monte dell’Assietta, cosparso di batterie, baraccamenti e ridotte militari, oramai dei ruderi, strenuamente e vittoriosamente difese dai nostri Granatieri di Sardegna, numericamente inferiori alle forze d’invasione francesi, in una cruenta battaglia in quota del 1747.
E’ curioso ricordare che il Marchese di Montcalm, ferito, si salvò miracolosamente in quella terribile notte perché fu estratto dai corpi straziati dei suoi soldati.
Dieci anni dopo in Canada, durante la Guerra dei Sette Anni, si ricordò di quello che aveva visto e vissuto sul monte, e imitò il trinceramento alto circa tre metri che, come scrisse nel suo diario, “bloccò i migliori battaglioni del Re di Francia”.
Quello che aveva appreso sulle fortificazioni campali sabaude gli servì per sconfiggere gli inglesi del generale Abercromby, che disponeva di forze quattro volte superiori alle sue.
Ma sono già in agenda per la futura vacanza e non mancherò di mostrarvele nel prossimo articolo.
Ora vi lascio con questa notte stellata valsusina, magistralmente fermata dall’obbiettivo di Alo Belluscio.

 

Valerio "BALBOA" Santagostino


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