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Ali

Racconto
Di Marco Garelli
1.

Fin da bambino sua madre gli diceva che le parole sono un’ombra  dietro la quale bisogna cercare la luce che le proietta. Scrutava da allora ogni singolo indizio, nella voce, nelle labbra, nei denti delle persone, che gli aprisse la verità e gli permettesse di vedere quella luce. Cercava una voce silenziosa, senza alterazioni tonali né scompensi labiali, una voce che fosse prodotta su una linea retta, costruita da qualche parte del corpo per liberarsi.
Sua madre cercava in ogni parola un passaggio che potesse indicare una debolezza, il nascondiglio di una stanchezza che solo a tratti è in grado di uscire. Una debolezza che ogni tanto sfugge al controllo e diventa tenerezza.
Diceva che le parole scritte sono una  distrazione e che il loro scarso equilibrio le porterebbe a vagare e allora si segue una linea sul foglio, per andare dritti, per sopportare il peso del loro inchiostro.
Da suo padre imparò a muoversi, ad allenare ogni singolo muscolo a proiettarsi nell’aria, e qui, a calmarla. Suo padre faceva dei movimenti che scoprivano pezzi della sua vita passata, come se il tempo avesse affinato, paziente, una bellezza irreale fino a portarla sulla pelle. Non si ricordava della sua voce, solo delle sue mani che muovendosi intonacavano l’aria. Erano gesti puri, come liberati da un ingombro.
I suoi genitori si erano cercati e alla fine trovati.
Il giorno dopo la loro morte smise di andare a lavorare e cambiò mestiere, con uno scarto con il passato che solo chi è abituato a viaggiare conosce.
Iniziò a costruire mosche da pesca, sottili e leggere, mosche da catturare pesci in ogni stagione.
Aveva un laboratorio con pareti ordinatamente coperte da cassettiere in legno e mensole che contenevano un’infinita serie di scatole  di forma e materiali diversi dentro le quali c’erano piccole quantità di piume, peli, fibre, fili e ogni altro materiale con una forma e una consistenza tali da non sciogliersi in acqua.
Teneva parti di centinaia di animali, parti lasciate seccare al sole, piccoli ciuffi di pelurie rasati agli animali vivi presi dagli zoo e dai circhi, chiesti ai cacciatori.
Si procurava il materiale andando per le campagne, chiedeva quando avrebbero ucciso l’animale, faceva sapere che sarebbe arrivato per prenderne delle  parti.
Dava loro piccole somme di denaro, sceglieva, guardava colore e lucentezza, le teneva tra le mani,  e fissandole sembrava ci vedesse qualcosa dentro, una forma nascosta che doveva solo essere liberata.
Prendeva dalla strada tutte le piume che incontrava, a casa le catalogava, le toccava tra indice e pollice e da quel momento entravano nella sua vita.
Ciò che non riusciva a trovare nelle campagne lo cercava viaggiando, andando in luoghi sconosciuti dove gli animali erano strani, passava settimane fuori casa e tornava con pochi cespugli di peli, alcune penne, qualche piuma.
I giorni successivi li trascorreva nel laboratorio a pensare, come se ci fosse da trovare una nuova soluzione, una semplificazione da aggiungere.
Ricordava odori, colori e compattezza di ogni singolo materiale, chiudeva gli occhi, cercava in ogni angolo del laboratorio e con la memoria toccava, annusava, guardava, abbinava più elementi fino a quando gli compariva un lieve, sottile sorriso ai lati della bocca. Solo allora apriva gli occhi, prendeva dai cassetti le scatole e, calmo, costruiva.
A entrare nel laboratorio pareva di essere al centro di un caos assoluto, ma ordinato.
Pendevano dalle pareti piume colorate, animali impagliati, orecchie, code, teste. Nei cassetti c’erano centinaia di scatole tutte diverse ognuna delle quali conteneva piccole quantità di un unico materiale. Erano disposte senza un preciso equilibrio, un disordine che diventava geometrico quando iniziava a scegliere.
Diceva che bisognava aprirle poco, per non far scappare l’odore.
In una stanza al piano di sotto teneva un numero indefinito di boccette contenenti acidi, coloranti, mordenti, pigmenti con i quali schiariva, colorava, anneriva.
Immergeva le piume in pentole ormai stanche, scaldava, filtrava, aggiungeva e asciugava finché non aveva ottenuto la tonalità giusta, come se il numero di animali non fosse sufficiente.
Costruiva canne da pesca, in un angolo del suo laboratorio aveva un banco da lavoro sul quale erano posizionati strumenti per legare, incollare, tornire, asciugare.
Sul banco c’era sempre un quaderno a quadretti, fitto dei suoi appunti di ragazzo di quando suo padre gli spiegava ogni sollecitazione a cui era soggetta una canna da pesca quando veniva mossa.
C’erano disegni, formule, grafici e ogni altro dato avesse appreso da suo padre mentre gli spiegava come si traduceva sulla canna ogni spinta che partiva da un muscolo, da una volontà, da braccia diverse.

2.

Quando mio padre era al lavoro scendevo nel ripostiglio dove teneva la sua attrezzatura, subito dopo pranzo, prima dei compiti. Aprire quella porta era come addormentarsi e sognare. Teneva le canne da mosca in verticale, divise da tasselli sul muro, i vestiti in un piccolo armadio. Sulle mensole c’erano le scatole con le mosche, dieci in tutto, i mulinelli, i fili di nylon, le pinze, gli aghi, le forbici.
Tutto era in ordine, pareva un’esposizione. Rimanevo mezz’ora, ogni giorno, semplicemente a toccare. Mi piaceva sentire tra le dita ogni lato degli oggetti, provarli a occhi chiusi.
Ne prendevo uno alla volta, chiudevo gli occhi e lo riponevo.
Non sarei stato in grado di unirli tutti e pescare, per me la pesca era una collezione di oggetti separati. Volevo sentire in ognuno quello che restava del movimento di mio padre, capire come si era mosso sull’acqua, cosa doveva succedere per creare il movimento perfetto.
Mi capitava quando studiavo come muovere il braccio, proiettarlo in una dimensione fantastica e lì rimanerci. Immaginavo più di tutto di abbinare ogni mosca ai singoli pesci, fiumi, stagioni, ore di pesca. Conoscevo a memoria tutte le posizioni delle mosche nelle scatole e quando mio padre tornava da pesca chiedevo dove  fosse andato, quali pesci avesse preso e a che ora. Il giorno dopo andavo nello sgabuzzino, aprivo le scatole e controllavo le mosche che mancavano e quelle rovinate.
Riuscivo così a capire quali mosche si dovevano usare, facevo delle tabelle, riassumevo, davo nomi di fantasia.4
Cercavo di assegnare a ogni mosca il corrispondente insetto, disegnavo nello sgabuzzino la mosca usata da mio padre, salivo in camera e immaginavo la forma di: coda, ali, zampe, addome, testa, antenne e a ogni particolare attribuivo un colore.
Da ogni mosca ricavavo decine di disegni, ne inventavo la vita, loro sul fiume, con i miei colori, le mie forme.
Succedeva che, la sera, prendessero a volare, prima di dormire, tutte insieme attorno ai sassi, fra le foglie e diventassero un fremito, una gioia nascosta in un luogo sperduto. Ma altrettanto vicino. E qui il gioco rimaneva al riparo da ogni voce, da ogni possibile decisione futura di farlo uscire da quello spazio incantato.
Era il sogno di 10 anni, legato per sempre all’inutilità di sciogliere i movimenti in una matrice reale, una confusione di mondi che faceva diventare sterile l’attesa dell’azione e eccezionale la sua immagine.

3.

- Buongiorno
- Buongiorno
- .
- .
- Dicono che lei sia in grado di costruire mosche per ogni fiume e ogni stagione.
Dicono che le sue mosche parlino ai pesci, dicono che le sue mosche abbiano un odore, dicono che non ne abbia mai costruite due uguali.
- .
- .
- .
- Vorrei andare a pesca.
- Quando?
- La settimana prossima.
- Quando?
- .
- .
- Giovedì.
- Dove?
- Sul fiume Lenta. In alta valle.
- Su quale tratto?
- Dove si butta nel Po, e da lì a risalire per 500 metri.
- A che ora?
- Di sera, dalle sei alle otto.
Era questo il momento migliore del suo lavoro. Si alzava e andava al centro della stanza, chiudeva gli occhi e faceva roteare piano la testa. Sembrava, a vederlo per la prima volta, un bambino su una giostra lenta. Apriva gli occhi con gli angoli delle labbra a formare una leggera curva, prendeva dalle scatole sparse per la stanza piume, peli, fili.
Si sedeva e fissava un amo alla morsa. Di spalle sembrava immobile, la luce proiettava la sua immagine contro la parete opposta e anche lì, restava immobile.
Pochi minuti dopo si girava, andava verso il cliente e, semplicemente, apriva la mano.
Usciva una mosca perfetta, un insetto che a Dio mancava ancora, un’evoluzione che la natura aveva solo immaginato.
Ogni volta Il cliente rimaneva piantato sui piedi, il collo teneramente allungato in basso verso la mano aperta a contemplare tutto quello che in un attimo sembrava ovvio. E una semplice passione diventava, all’improvviso, una cosa seria.
La certezza di avere davanti la cancellazione di centinaia di ore a studiare insetti, catalogare famiglie, generi e specie, osservare, descrivere e conservare i vari stadi di crescita degli insetti del fiume, dava poi al cliente un senso di stupidità che diventava una domanda, il più delle volte arrogante.
- Come fa a sapere che funzionerà?
- Lo so.

4.

Dopo cena rimanevo immobile e aspettavo che mio padre prendesse la cassettiera con i materiali da costruzione. Aspettavo riunendo le briciole di pane sulla tovaglia a formare paesi in miniatura. Una volta  la settimana costruiva mosche, sceglieva alcune piume, penne, piccoli nidi di peli di animali e fissava un amo alla morsa.
Mi spiegava all’inizio quale insetto avrebbe costruito, diceva il nome latino, ne descriveva la forma e il periodo di schiusa, il fiume, il luogo. Prendeva in mano ogni singolo materiale necessario alla costruzione e mi spiegava quale parte del corpo avrebbe formato, quali forme avrebbe avuto in acqua.
Rimaneva poi in silenzio ad assemblare i vari colori, tagliava, aggiungeva, legava.
Aveva un’abilità nelle dita che gli arrivava dagli occhi, erano precisi, sembrava muovesse i pezzi con le pupille, uno dopo l’altro, a completare un’immagine che aveva disegnata in qualche punto della sua memoria.
C’era il rumore di piatti che mia madre lavava e nient’altro. Rimanevo a guardare mio padre, sentivo il suo corpo allontanarsi verso uno spazio lontano che non avrei mai visto e che forse neanche mia madre conosceva. Diventava una goccia d’olio che scende da una fetta di pane secco fino a ricombinarsi e scivolare su una superficie liscia e qui, disperdersi.
Andava a nascondersi in una dimensione lontana che lo sottraeva da ogni sguardo e respirava un’aria diversa dalla nostra.
Costruiva un solo esemplare per ogni insetto, diceva che non possono esserci copie, è una spreco alla fantasia.
Io andavo in camera e ripetevo ad alta voce quanto mio padre mi aveva detto, più volte, fino a dormire. Rivedevo le sue mosse precise che chiudevano e annodavano finché mi sembrava di vedere la morsa  allentarsi e l’insetto prendere il volo nella camera e da qui, attraverso i muri, uscire nell’aria.
Mio padre rimaneva fino a tardi a cercare quella perfezione nascosta dentro un filo di ragnatela e ne usciva solo quando, da lontano, l’aveva vista. Chiudeva allora tutto nei cassetti, spegneva la luce e prima di andare a letto passava dalla mia camera e posava sul comodino la mosca più bella. Credo volesse lasciarmi una traccia del suo viaggio, farmi conoscere la densità dell’aria che aveva respirato.

5.

- .
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- .
- Dicono che lei inventi mosche impossibili, che volano a sciami insieme a quelle vere. Dicono che con le sue mosche mai nessun pescatore sia tornato a casa senza pesci.
- .
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- .
Nei brevi dialoghi con chi veniva a scambiare mosche per piccoli oggetti o cibo cercava di portare l’argomento in luoghi dove le debolezze delle persone fossero libere di muoversi. Perché solo così riusciva a vedere la verità.
L’uomo aveva una voce strana, teneva le labbra chiuse e le parole faticavano a uscire, sembravano digestioni di vita, vapori staccati dall’intestino.
Gli ricordava sua madre, i discorsi sulle parole, la ricerca di voci che fossero silenzio, così pure da spingere nell’orecchio la verità.
A volte parlava al cliente. Ogni tanto.
Chiese:
- Ci sono trote sul Varaita?
- Non molte, di mattina a risalire si prende qualcosa, ogni tanto qualche temolo.
- Da bambino andavo con mio padre al fiume, lui pescava, io guardavo gli insetti.
Mio padre non teneva i pesci, in tutti i suoi anni da pescatore non ne abbiamo mai mangiato uno. Una volta agganciati li portava vicino a sé, si inginocchiava, bagnava le mani e con entrambe li sollevava a fargli vedere il cielo senza la confusione dell’acqua. Mio padre aveva gli occhi di chi guarda il mare. Teneva il pesce sospeso tra acqua e aria  per qualche istante, poi si avvicinava e sussurrava qualcosa. Lo liberava dall’amo e delicatamente lo lasciava andare. Diceva che era il dolore che dovevano pagare per la loro bellezza.
- .
- .
- .
- Quando incontrava altri pescatori si fermava a raccontare, io dietro alle sue gambe a guardare le loro facce, incredibilmente serie. Tutti conoscevano mio padre, aveva insegnato a molti di loro a pescare e a distanza di anni faceva ancora sognare le loro canne, le copriva d’argento, dicevano.
Erano anni che non pronunciava un così alto numero di parole tutte in una volta sola.

6.

Una volta la settimana mio padre mi portava con lui a pescare. Me lo diceva il giorno prima in modo che avessi il tempo giusto per prepararmi. Mi alzavo da solo, mi vestivo e andavo in cucina dove mio padre prendeva il caffè.
In macchina non chiedevo mai nulla, mi appoggiavo al finestrino e guardavo il sole sorgere. Arrivati al fiume mi metteva gli stivali e mi dava da portare la sacca con la colazione.
Poi lo stesso rituale. Si chinava leggermente in avanti e immergeva le dita della mano nel fiume. Teneva il braccio in quella posizione per alcuni istanti e si portava poi la mano alla bocca. Beveva sempre un sorso dell’acqua del fiume prima di cominciare a pescare.
Legava poi la lenza al finale, il finale alla mosca e lanciava come se fosse un respiro, con un suono che non aveva nulla di più lontano dal rumore e nulla di più vicino al silenzio.
Spingeva in avanti il braccio a creare un movimento nell’aria della lenza  e il movimento  sembrava la firma sullo sfondo del cielo, la sua firma sul suo cielo.
Andava avanti e indietro per alcuni istanti, poi lasciava cadere la mosca nel preciso punto dove i suoi occhi avevano preparato l’acqua. Era il bacio di una bambina.
Teneva la canna con la mano destra e guardava il fiume, sembrava spogliarlo della sua acqua e poco alla volta lo riempiva, goccia dopo goccia. Io stavo dietro di lui, seduto sulla sponda del fiume e guardavo.
Allungava in avanti il braccio della canna e poi lo tirava a sé, lo comandava all’indietro come a cercare un oggetto che aveva lasciato al buio in attesa di riprenderlo. Continuava a scrivere le sue parole nell’aria con la facilità di un battito di mani e la frenesia di chi vorrebbe isolare e moltiplicare per sempre un movimento e farne una vita staccata.
Quel gesto entrò attraverso una qualche feritoia del mio corpo e da lì non  poté più uscire.
Le ore passavano così, seguendo mio padre dalla sponda del fiume con il solo rumore dell’acqua che ci univa.
Mangiavamo poi la colazione, sui sassi, di solito in silenzio, con addosso l’appetito che ci faceva prendere il cibo con entrambe le mani.
Non riuscii mai a capire ciò che mio padre cercasse nel fiume, so solo che lo faceva attraverso la bellezza, con un’ossessione precisa e sistematica.

7.

- Buongiorno.
- Buongiorno.
- Sono venuto da lei il mese scorso, ho comprato una mosca per pescare il giorno dopo, ho preso pesci, l’ho usata ancora ma non ne ha più voluto sapere.
- .
- .
- .
- Vorrei un’altra mosca, per domani mattina all’alba, lo stesso tratto di fiume
dell’altra volta. Per temoli.
Si alzava dalla sedia e cercava con gli occhi un angolo nella propria mente in cui si era formata, nel tempo, una risposta. Una frase immobile che aveva aspettato serena quella domanda.
Guardava la stanza come non l’avesse mai vista prima, quasi distaccato, i lati delle labbra si incurvavano in un movimento invisibile, apriva i cassetti sparsi e da qui tirava fuori delle scatole. Una scatola di madreperla e una d’ambra. Prendeva dei ciuffi di materiale tra l’indice e il pollice e li metteva sul tavolo, si sedeva e costruiva.
- Dicono che le sue mosche guidino il filo verso il punto esatto dove c’è il pesce.
Dicono che le trote scelgano le sue mosche agli insetti.
- .
- Dicono che lei non abbia mai preso una canna in mano.
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- .
- .

8.

Faceva dei viaggi ogni tanto, quando il tempo lasciava lo spazio a una pausa di vita nuova. Prendeva dall’armadio pochi vestiti, li ordinava in una valigia e partiva a piedi. Capitava che accettasse passaggi e vagava senza meta per settimane, con l’idea di lasciarsi trasportare dai luoghi nuovi e gioire delle persone che incontrava.
Rimaneva giorni interi nella stessa città a guardare la gente camminare, come se una parte della loro vita potesse fluire dentro di sé. Restava quasi sempre in silenzio, attraversava piazze e vie senza chiedere niente a nessuno, senza essersi informato prima sui luoghi da visitare.
Quando ormai conosceva gran parte della città si incamminava senza sapere la direzione da prendere, attraversava campagne, cercava, raccoglieva piume, si faceva mostrare dai contadini i galli più belli.
Nei mercati e nelle fiere si fermava a guardare con attenzione gli animali in vendita, quelli più strani, quelli con i colori più insoliti e faceva spesso generose offerte per aggiudicarsi gli animali dalle sfumature mai viste, sollevando una certa perplessità da parte degli abitanti del posto.
Continuava a viaggiare per settimane intere senza un’idea precisa su cosa cercare, si lasciava trasportare dalle persone e le seguiva nelle vie delle città, era incuriosito dai loro movimenti, dalle chiacchiere, dagli sguardi che si sovrapponevano alle loro parole. Cercava nei loro passi un indizio della loro vita.
Viaggiava per le città e i paesi, teneva a mente ogni particolare e lo fissava nella memoria.
Girava per il mondo come un cane perduto, senza meta e con tutte le mete possibili.
Arrivava poi il momento di tornare a casa, con la stessa precisione che l’aveva spinto a partire.
Così facendo la vita risultava uniforme. A sforzarsi ed essere  pignoli, mancava un particolare, ma troppo lontano. O forse c’era da cercare qualcosa che, precisamente, non esisteva ancora.

9.

- Buongiorno.
- Buongiorno.
- Vorrei comprare una canna da pesca. Lunga sette piedi e mezzo per coda del tre.
- Per quali fiumi?
- Di solito vado a pesca nelle vallate qui intorno, all’inizio, dove i fiumi sono
ancora stretti.
- Prenda questo e cerchi di colpire quel libro sul tavolino in fondo alla stanza.
Era una piccola frusta, una bastone lungo poco più di  un metro con in punta una cordicella attaccata.
Guardava il movimento del braccio del cliente, immaginava la posizione da correggere, le gambe, le spalle, le mosse del braccio, il polso e ogni singolo muscolo e tendine. Erano spesso movimenti faticosi, legati da una durezza che li faceva sembrare estranei a chi li compiva.
Altre volte bellissimi. La frusta sembrava il normale prolungamento del corpo e lo si capiva tenendo gli occhi chiusi, a sentire il solo fruscio di ali della frusta che andava avanti e indietro, avanti e indietro. Movimenti e suoni di neve, non di grandine.
Rimaneva per qualche istante ad ascoltare quella vibrazione, poi riapriva gli occhi e diceva semplicemente – Basta così – . 
Dai primi scatti del braccio del cliente cominciava a immagazzinare dati fino a quando nella sua testa si realizzava un movimento esatto, e poi delle forze, e poi delle pressioni, e poi un disegno nell’aria.
Inseriva i dati nelle frasi di suo padre ancora vive nel quaderno a quadretti e ogni mossa e suono del cliente diventava azione da tradurre in calcolo, tensione, armonia, dolcezza. Scriveva su dei fogli alcuni numeri, faceva disegni, con la riga tracciava delle linee. 
- Va bene, passi pure a prendere la canna venerdì prossimo.

10.

Guardavo gli insetti. Sul fiume li prendevo in mano dalla terra mentre mio padre pescava.
Li toccavo in ogni parte, con la pelle ne sentivo la consistenza e la forma e cercavo di associare il loro colore e odore a qualunque materiale avessi toccato prima. 
Li prendevo con  delicatezza per le ali e studiavo il movimento delle zampe a scalciare l’aria, ne sentivo il rumore. Li mettevo sui bordi del fiume per vedere come galleggiavano sull’acqua, come si muovevano per raggiungere la riva; poi li mettevo su un sasso e cercavo di disegnarli, farne degli schizzi nei brevi istanti in cui rimanevano fermi.
Con il passare degli anni confrontavo i disegni fatti nelle varie stagioni con quelli passati e ragionavo sui caldi anticipati, sull’influenza delle piogge, la luna, le varie zone del fiume considerato.
Cercavo in questo modo di ricavare un’equazione che riuscisse a prevedere la presenza di insetti, e ogni anno aggiungevo dati, variabili, costanti.
Quando andavo sul fiume con mio padre mi portavo sempre una piccola scatola in metallo in cui conservavo i resti degli insetti che cambiavano pelle, che uscivano da una vita per entrare in un’altra,  a casa osservavo quelle piccole stanze vuote e le confrontavo con i miei disegni.
Allora cancellavo, coloravo, davo segni di matita intensa, rimanevo delle ore a guardare ciò che restava del guscio dell’insetto aperto nel mezzo, dove lo squarcio della vita mostrava la sua forza e il suo dolore. Parevano tante resurrezioni, tanti piccoli sepolcri profanati da una forza immensa.
Nel minuscolo della mia stanza il mondo prendeva forma e grandezza, era un mondo magico, in cui lo stupore per ogni piccola scoperta si sommava al precedente e tutti
insieme davano alle giornate una forma indefinita e colorata.

11.

- Buongiorno.
- Buongiorno.
- Ieri sono andato sul Pagliero, c’era una schiusa immensa di tricotteri.
- Sì, l’ho saputo.
- Come fa a sapere sempre cosa succede sui fiumi se non ci va mai a pescare?
- .
- .
- Le preparo la mosca.
Con la calma di sempre si metteva al centro della stanza, chiudeva per qualche istante gli occhi e li riapriva poi con garbo.
Consegnava la mosca chiusa nel pugno della mano quasi a non farla scappare e prendeva poi con gratitudine il pacchetto che gli veniva offerto in cambio.11

12.

La sua vita continuava.
Nel suo laboratorio cresceva il numero di pescatori che veniva a chiedere un consiglio, una mosca da pesca, un certo materiale.
Continuava a fare i suoi viaggi da solo, alla ricerca di nuovi peli, piume, sete da intrecciare attorno ad un amo.
La sua vita continuava.
Rimaneva così in silenzio, senza parlare della sua professione e del suo tempo, con dentro la certezza che la verità non si ascolta ma la si cerca insieme ai colori nascosti nell’acqua.
Durante uno dei suoi viaggi gli capitò di conoscere una persona, un allevatore di galli che già in passato gli aveva lasciato le piume.
L’allevatore un giorno disse:
- Pensi a vederli volare nel cielo quanto sarebbero meravigliosi questi galli.
L’allevatore non aveva in sé nulla di particolare, né il naso, né le scarpe.
Fu da allora che prese l’abitudine di guardare gli uccelli volare. Quel loro muoversi nel cielo gli ricordava il movimento di suo padre a lanciare la mosca: come se la lenza fosse attaccata al loro becco.
Cominciò a pensare al lancio, al volo degli uccelli più armoniosi, alla delicatezza del filo legato al becco.
Non ci fu un momento preciso identificabile con un movimento di lancetta, e neppure un’attesa per qualcosa che doveva succedere.
Cominciò a pescare, ad andare sul fiume con la canna. A prendere pesci.
Fu un semplice movimento, come se nella sua vita non ci fosse stato spazio per altro.
Dopo decine di anni.

13.

Come se ogni attimo precedente fosse stato una preparazione a quel gesto minimo e perfetto, inutile e immenso, rompendo d’un tratto la linea invisibile che separa il sussurro dal canto. Come se, dopo aver cercato e trovato qualcosa di esatto nella trasparenza delle parole, avesse scelto l’armonia di un solo, insignificante movimento.
E quante volte ancora sotto il sole questa linea d’orizzonte si era avvicinata e aveva mostrato il suo profumo ancora indecifrabile.
Ma non era tempo.
Come se questa linea fosse il fine ultimo e la partenza, nascosta nel groviglio invisibile del proprio passato e liberata dal vento calmo di un battito d’ali.
La linea avanza, passa attraverso il tempo dell’immobilità e dell’esercizio finché avviene l’ovvia convergenza di tutti gli sforzi su una terna di coordinate, un punto preciso su uno spazio mai vissuto e, all’improvviso, straordinario.
Marco Garelli


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